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13.9.09

r/032 - Lo Zed

Colonna isolante in porcellana per trasformatore di alta tensione.
Si tratta dell'ultimo oggetto entrato a far parte del mio Rumentaio, ma ho voluto dedicargli da subito un posto d'onore nella collezione per le difficoltà affrontate nel suo "recupero", e perché mi dà modo di esporre alcune questioni alle quali sono particolarmente affezionato.

Era lo scorso aprile, quando durante un giro in bicicletta vicino al paese di Pinos Genil (poco fuori Granada), mi imbattei nelle rovine abbandonate di una vecchia fabbrica. Spinto dalla curiosità, riuscii ad entrare senza problemi nell'area recintata e, facendomi largo tra le sterpaglie giunsi fino ad una costruzione alta e stretta: la torretta del trasformatore.
Avevo già notato, all'esterno, alcuni isolanti in ceramica, posti però ad una certa altezza e non facilmente accessibili. Seguendo con lo sguardo quello che rimaneva dei cavi elettrici (evidentemente in disuso) vidi che si infilavano nell'unica struttura ancora coperta da un tetto, ed entrai quindi già con lo sguardo rivolto verso l'alto, quasi immaginando quello che avrei potuto trovare al suo interno.
E infatti, appena varcata la soglia (senza porta) li vidi: su una parete, ad un'altezza di circa tre metri, tre pilastri scuri e ricoperti di polvere, fissati su una struttura in ferro, dominavano l'ambiente, peraltro quasi spoglio. Quello era tutto ciò che restava del trasformatore.
Il mio pensiero però in quel momento fu uno solo: "Lo Zed!".

Nella foto: i tre cilindri così come mi apparvero la prima volta. Il primo da sinistra è l'oggetto di questo post.

Probabilmente molti di voi non sanno cosa sia uno Zed, a meno che non l'abbiano visto in qualche puntata di Voyager o in un documentario sull'antico Egitto.

Lo Zed (o Djed) è un simbolo ricorrente nell'iconografia egizia. E' spesso ritratto in dipinti e bassorilievi fin dai tempi più antichi e viene comunemente associato al dio Osiride.
Sulla sua origine e reale significato però, non vi è nessuna certezza. La mancanza di documentazione scritta in proposito lascia spazio, come al solito, ad ogni tipo di ipotesi e teorie, alcune accettate dall'egittologia ufficiale e spacciate per certezze, altre scartate a priori come invenzioni infondate.

Quello che è innegabile è la valenza magica e trascendente del simbolo.
Secondo l'ipotesi più accreditata, la radice della parola zed significa "solidità", "fermezza", e simboleggia la colonna vertebrale di Osiride. L'asse verticale del pilastro rappresenta l'energia che circola liberamente, mentre i quattro piani orizzontali, in relazione con i punti cardinali, fissano tale energia.
Adagiato a terra lo Zed rappresenta la morte, quando si erige è simbolo di resurrezione. Esso quindi assume il significato della vittoria di Osiride su Seth, della vita sulla morte, dell'ordine sul caos.

Guarda caso, la funzione del pilastro isolante è proprio quella di avvolgere un conduttore elettrico, impedendo però (anche attraverso gli anelli orizzontali) di disperdersi nell'ambiente circostante, quindi stabilizzandola.
Una delle teorie non ufficialmente riconosciute infatti, interpreta lo Zed come una antichissima fonte di energia.
Per poter prendere in considerazione questa teoria, è necessario prima demolire tutte (o quasi) le nozioni apprese a scuola a proposito di antichi egizi e piramidi. Mi riferisco ovviamente alla funzione di questi enormi monumenti, che ci hanno insegnato essere immense tombe di faraoni dall'ego spropositato. Una volta accantonata questa bufala storica (sulla quale personalmente non ho più dubbi), possiamo aprire la porta a supposizioni più ardite, come quelle che vedono le piramidi come veri e propri generatori (anzi, ricettori) di energia, eretti in epoche di molto anteriori a quelle ufficiali, e di cui poi i faraoni si sarebbero appropriati.

Se ho stuzzicato la vostra curiosità e volete continuare a spingere quella porta nonostante le animose rimostranze della vostra parte razionale, seguite questo link.

Ma torniamo al nostro isolatore elettrico. In quella prima visita, con l'aiuto di alcuni ferri sporgenti dal muro, riuscii ad arrampicarmi fino all'altezza dei tre "zed", ma non potei fare altro che osservarli da vicino (soprattutto il primo a sinistra) e constatarne il buono stato.
Non avendo con me strumenti per svitare i bulloni arrugginiti che lo fissavano ai sostegni, e neppure la possibilità di trasportarlo fino a casa, decisi di fare una seconda incursione qualche giorno più tardi, questa volta equipaggiato a dovere e con lo zaino in spalla.

La domenica successiva mi ripresentai sul posto armato di pinze e ritentai l'impresa.
In quell'occasione ero accompagnato e l'evento venne documentato con le foto che vedete qui sotto, ma fu un completo fallimento.

Dovendo mantenermi aggrappato a quegli appigli di fortuna ad un'altezza di 3 metri, e, contemporaneamente cercare di svitare i bulloni (nascosti alla mia vista dalla struttura), non riuscivo ad esercitare una forza sufficiente. Senza contare che le viti e i bulloni si muovevano insieme, e avrei avuto bisogno di una terza mano per tenerli fermi.
Sfinito dallo sforzo, abbandonai la presa e tornai a casa, pensando che magari avrei potuto riprovare con l'uso di una scala...
Ma come fare chilometri di strada portandomi appresso una scala? E poi di nuovo al ritorno, con in aggiunta il peso dell'oggetto...

Due giorni dopo tornai in Italia, poi venne l'estate, e relegai la faccenda in un angolo del mio cervello (ma con l'intenzione di riprovarci appena le condizioni sarebbero state favorevoli).

L'occasione arrivò a fine agosto. La città era ancora semi-deserta per le vacanze estive, e anche se il caldo non dava tregua, al mattino si poteva uscire senza il timore di sciogliersi sull'asfalto.
Dovevo però risolvere la causa della mia precedente disfatta. Necessitavo un mezzo per mantenere le mani libere durante il "lavoro".
Avevo un paio di corde, non da scalata, ma sufficientemente resistenti.
Avevo un moschettone, che usavo da 18 anni come portachiavi ma che non mi era mai servito per il suo vero scopo.
Avevo un obiettivo: mettere le mani sul mio Zed.

Pensai che con la corda e il moschettone avrei potuto provare a costruirmi un imbrago di fortuna, e dopo una breve ricerca su internet, approdai a questa pagina.
Nell'esercito britannico la chiamano "swiss seat" (sedia svizzera)... per me poteva chiamarsi anche "altalena di Heidi", ma per il mio scopo era perfetta.
Purtroppo non ho foto della mia terza incursione, ma come avrete sicuramente capito, andò a buon fine (a parte il mal di schiena che mi causò l'aver portato lo zed in spalla fino a casa).

Il grande Zed ora troneggia nel mio salotto, accanto al televisore spento.
Un oggetto moribondo e un amuleto di resurrezione. Chissà che non ne venga fuori qualcosa di buono...

DETTAGLI:
ION-VALVE Modello: C15
Numero di serie: 16517
Potenza sopportata: 15 KV
Alt.m.: 1000 / f: 50 (non so cosa voglia dire)
Altezza: cm 48
Diametro massimo: cm 19
Peso: 9,50 Kg

Provenienza: Torre trasformatore di una vecchia fabbrica (?) poco fuori Pinos Genil, a pochi chilometri da Granada (Spagna).

10.10.08

r/022 - Olambrillas di Granada

Insieme di sette piastrelle in ceramica raffiguranti soggetti tradizionali andalusi.

"Olambrillas" è il nome specifico di questi elementi decorativi, che vengono impiegati nei pavimenti di cotto inserendoli tra le normali piastrelle (come si vede dalla foto qui sotto). Un modo semplice e non troppo dispendioso per dare un'aria decisamente più "ricca" al pavimento di casa.

Le mattonelle presentano cinque tipi diversi, due dei quali ripetuti, anche se con colorazioni differenti:
Il castello, l'aquila, la melagrana (simbolo di Granada, di cui abbiamo già parlato a proposito del tombino r/004), il leone e il cane.
Anche questi oggetti, come altri visti in precedenza, sono stati da me trovati durante una delle mie escursioni in bicicletta attorno alla città di Granada. Questa volta però il ritrovamento è avvenuto in circostanze particolari che racconterò qui di seguito.
In fondo potrebbe avere anche una funzione educativa...

Nel 2005 il tour estivo dei Deep Purple toccò la cittadina di Atarfe, un comune a qualche chilometro da Granada. Il paese non è niente di speciale (non me ne vogliano gli abitanti) e il concerto neppure fu memorabile (ben altro rispetto a quello visto a Genova nel '94).
Comunque, proprio alle spalle del paese, incombe una montagnola appuntita coronata da un piccolo santuario: La Ermita de los Tres Juanes (Eremo dei Tre Giovanni), una struttura in realtà piuttosto recente costruita sui resti di un antica fortezza araba dalla quale si domina tutta la pianura fino alle pendici della Sierra Nevada.
Il santuario è accessibile tramite una strada che sale dal versante meno ripido della montagna, ed è un'ottima meta per ciclisti ed escursionisti, cosìcché decisi di provarci anch'io con la mia bici.

Doveva essere il mese di luglio, e la temperatura in quel periodo raggiunge e a volte supera i 40°c.
Quante volte mi è stato raccomandato di non uscire con la bici nelle ore di calore, e di aspettare almeno le cinque del pomeriggio... Ma tant'è, l'abitudine genovese di uscire alle 3 per non tornare col buio, ha avuto la meglio, e poi che diamine, mi metto il casco, porto una bottiglietta d'acqua... cosa mai potrà succedere?
Be', ecco qua cosa può succedere: per cominciare potrei perdermi... in fondo non sono mai andato fino ad Atarfe in bici, e la strada che ci arriva, in alcuni punti non è studiata proprio per le due ruote a pedali: rotonde, incroci, svincoli, mezzi pesanti... Insomma, ad un certo punto devo svoltare a destra, e invece vado a sinistra.
La strada, da statale poco trafficata, si trasforma in una vera e propria superstrada, con guardrail e segnaletica luminosa, l'aria calda e polverosa spostata dai camion che mi superano a grande velocità non mi rende certo la gita molto gradevole, così decido di tagliare per una stradina laterale che sembra tornare nella direzione giusta. Sembra...
Dopo qualche chilometro la strada diventa più stretta, si trasforma in sterrato, e si infila tra i campi... nessun cartello, nessuna indicazione.
Attraverso un grosso cantiere di un quartiere residenziale che sta sorgendo in mezzo al nulla. Casette a schiera tutte uguali, dove prima c'erano solo ulivi. Cemento, polvere, gru e mezzi immobili sotto il sole (è domenica e il cantiere è deserto). Leggo il nome del luogo su un cartello, ma non mi dice nulla. Non so più dove sono né in che direzione devo andare.

Ormai sto abbandonando l'idea di raggiungere la mia meta, troppe energie sprecate cercando di districarmi tra sentieri e stradine, e poi ho già bevuto metà dell'acqua.
Potrei però approfittarne per esplorare un po' quella zona che non conosco. E' un errore, ma me ne renderò conto solo tra un po'.
La stradina si inerpica su per una collinetta ricoperta di ulivi, fa una leggera curva, scende sul versante opposto per poi risalire su un'altra collina simile alla precedente, dalla quale l'unica cosa che si riesce a scorgere guardando in ogni direzione sono altre collinette tutte uguali, ricoperte di ulivi... un paesaggio ipnotico, non particolarmente indicato per chi non sa bene dove si trovi.

Il sole è ancora alto, e l'aria è calda e immobile. Sudo. Sono stanco di salire e scendere a quella maniera. Il cinturino del casco mi stringe sotto il collo, dandomi una leggera sensazione di nausea. Ho sete. Mi fermo. Sudo ancora. Appoggio un piede a terra e mi slaccio il casco. Bevo un sorso d'acqua dalla bottiglietta. E' calda e sa di plastica. Che schifo. La sputo. Mi sento pervadere da una forte debolezza. Sento che sto per vomitare. Sudo freddo. Respiro profondamente. Sono pochi secondi, poi passa... Ma sono sempre sotto il sole, e non vedo neanche un'ombra... Ah, sì, eccola! Pochi metri più indietro, ho appena superato un muretto con un cancello metallico, l'ingresso a una proprietà privata. L'unica ombra per centinaia di metri. Giro la bici e torno indietro. Di nuovo la nausea. Mollo la bici in mezzo alla stradina e mi siedo in terra con la schiena contro il muro. Passa... ora passa.

Dopo 10 minuti sono ancora lì, ma ormai sto meglio, è passata. Ora riesco a mettere a fuoco l'ambiente circostante: ci sono delle case lì vicino, non sono in mezzo al nulla come mi era sembrato. Accanto a me ci sono un vecchio pneumatico usato e un mucchio di detriti edilizi, appartenenti probabilmente alla casa che sta dietro quel cancello.
Dalla montagna di calce e mattoni spunta anche una mattonella. La raccolgo.
Sotto le incrostazioni di cemento si intravede un disegno...
Bella! Ma... ce ne sono altre!... sono 2... no, 4.. 5... 7!
Ed eccole qua. Carico tutto nello zainetto, mi rimetto il casco, e torno da dove sono venuto, sperando di trovare la strada più breve per Granada. Il sole intanto sta scendendo.
Per oggi la lezione è finita.

Comunque sono tranquillo, anche se domani il prof mi interroga, stavolta l'ho imparata bene!

DETTAGLI
Dimensioni singola mattonella: cm 7 x 7 x 1
Peso: 500 gr cad.

Provenienza:
2005, ai bordi di una stradina tra i campi di ulivi, tra Granada e una meta mai raggiunta.

7.9.08

r/020 - Figure e fava del roscón de Reyes

Il re, la dama e la fava.

Il "Roscón de Reyes" è un dolce tipico spagnolo.
Si porta in tavola tradizionalmente il 6 gennaio, giorno dell'Epifania, che in Spagna prende anche il nome di "Día de Reyes" (Giorno dei Re), festa di punta di tutto il periodo natalizio.
Si ricorda in questa data l'arrivo dei Re Magi alla capanna del bambino Gesù, e la consegna dei doni. Infatti i veri regali di Natale si aprono in questo giorno, e non il 25 dicembre come avviene in Italia.
Il giorno dell'Epifania è attesissimo dai bambini spagnoli anche per le carovane mascherate e chiassose che percorrono le vie cittadine, e che vedono la presenza degli stessi Re Magi, impersonati anno dopo anno da personalità pubbliche della stessa città, che lanciano a piene mani caramelle e dolciumi sulla folla.

Ma torniamo al roscón.
Si tratta di una torta dolce a forma di ciambella, tagliata a metà e ripiena di sola panna montata oppure di marzapane, cabello de ángel (un ripieno per dolci a base di zucca) e cioccolato. Viene poi farcita con frutta candita in grossi pezzi e di vari colori.
All'interno del ripieno, vengono inserite alcune figure, e quando la ciambella verrà tagliata e distribuita a spicchi tra i commensali, ognuno dovrà scoprire se gli è toccata qualche sorpresa, e quale (facendo molta attenzione a non lasciarci i denti).
Le figure possono essere varie e di vari materiali (plastica, ceramica, ecc.), ma due sono sempre presenti: Il Re, e la fava. La fava è una vera fava secca, avvolta di solito nella carta stagnola.
Colui che trova la figura del Re viene incoronato con la corona di cartone che sempre accompagna ogni roscón.
Chi trova la fava, invece, dovrebbe a questo punto saldare il conto della pasticceria (o almeno così dice la tradizione).
Questa è la traduzione del testo che viene riportato nella confezione del roscón, e che viene letto prima di tagliare il dolce:

Ecco qui il roscón de Reyes
tradizione di un gran banchetto
dove ci sono due sorprese
solo per chi è fortunato.

Al suo interno, ben nascosti
una fava e una figura:
chi si appresta a tagliarlo
deve farlo senza inganni.

Chi in bocca si ritrovi
Una cosa un poco dura
nel peggior dei casi sarà la fava
nel migliore la figura.

Se si tratta della fava
questo dolce pagherai
ma se invece è la figura
incoronato e Re sarai.

Nella traduzione le rime non sempre combaciano, se vuoi leggere la versione originale in spagnolo clicca QUI .

Andando a cercare le origini di questa tradizione, come spesso succede, si arriva ai tempi dell'Impero romano.
Durante le feste in onore al dio Saturno (qui a destra), celebrate nel mese di dicembre, era tradizione nascondere una fava in qualche angolo della casa, e lo schiavo che la trovasse veniva premiato con la libertà per tutta la durata delle feste.
Nella festività del dio Giano, che si celebrava all'inizio dell'anno, si distribuiva tra i poveri una torta dolce di forma circolare che conteneva al suo interno una fava. Questa fava rappresentava la prosperità e colui che la trovava era acclamato "Re per un giorno".
Nel terzo secolo d.C. la Chiesa ufficializzò la festa dei Re Magi e la tradizione di distribuire tra i poveri dolci che contenevano una fava si estese rapidamente per tutta l'Europa.
In Francia il bambino che trovava la fava riceveva molti regali ed era oggetto di grandi attenzioni. Successivamente la fava si sotstituì con un oggetto pregiato, nascosto nel dolce chiamato "le gateau du Roi" (ora si chiama "galette des Rois").
In Spagna la tradizione de Reyes giunse con i Borboni. Fu il re Filippo V che introdusse questo dolce che molto presto si convertì in una delle tradizioni più popolari. In quel periodo il roscón non aveva simbologie particolari, arrivava in Spagna senza la fava, che fu sostituita da una moneta, ma veniva ugualmente ricoperto di canditi e si consumava nella festa dell'Epifania.
In tempi più recenti la moneta è stata sostituita con la figura del Re o altri oggetti, ma è stata recuperata la tradizione della fava nascosta, anche se con significato completamente diverso.

La corona del roscon adorna attualmente una lampada del mio soggiorno. In questa foto si può ammirare Dante incoronato Re dei Diamanti Mandarini durante uno dei suoi voli per casa.

DETTAGLI
  • r/020 a - Il Re (figura in plastica): altezza cm 3,2 /base cm 1,8 x 1,3 /peso: 1 gr
  • r/020 b - La dama (figura in ceramica): alt. cm 3,4 /base cm 1,6 x 1,5 /peso: 3 gr
  • r/020 c - La fava: cm 2,2 x 1,5 x 0,8 /peso: 1 gr

Provenienza:
Granada, quello che ho pescato nel rosc
ón in tre diverse occasioni (la fava è del 1998).

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